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Wolverine compie 52 anni: come una comparsa è diventata un’icona Marvel

Ottobre 1974.
Sull’ultima pagina di The Incredible Hulk #180 un tizio basso e mascherato salta in primo piano e si prepara ad attaccare. Dice il proprio nome e fa un breve monologo prima di scattare, ma resta un cameo, una vignetta di chiusura che serve a far venire voglia del numero dopo. Nessuno di quelli che ci hanno lavorato pensava di aver messo in circolazione qualcosa destinato a durare: Wolverine ebbe molti padri, e nessuno di loro si aspettava di vederlo diventare una superstar.

Il punto interessante è un altro. Quel Wolverine è un personaggio quasi vuoto. Non ha un nome di battesimo, non ha un’età certa, non ha un passato, e ha una funzione piccola e precisa: tenere testa a Hulk per un paio di numeri. Tutto ciò che oggi lo caratterizza è arrivato dopo, a strati, da mani diverse, con qualche intuizione felice e parecchie risposte a domande che forse era meglio lasciare in sospeso.
Raccontare la storia di Wolverine significa raccontare chi ha riempito quel vuoto e fino a che punto conveniva farlo.

Un canadese basso e di pessimo carattere

Una precisazione cara ai collezionisti e meno ai lettori: la “prima apparizione” di Wolverine è un concetto elastico. Il cameo del #180 porta la data di copertina ottobre 1974, con Len Wein ai testi e Herb Trimpe ai disegni; poi il personaggio compare nelle pubblicità di altre testate Marvel e ottiene il suo primo spazio vero nel #181 di novembre. È lì che si trova la prima storia in cui Wolverine agisce davvero, e per questo molte guide indicano il #181 come debutto vero e proprio. Anche le date di edicola sono meno nitide del previsto: c’è chi sostiene che il #180 fosse in distribuzione già a luglio 1974.  Noi ci atteniamo alla data di copertina, quindi al mese di ottobre.

Perché dentro una storia di Hulk? La spiegazione più citata viene da Roy Thomas, allora direttore editoriale Marvel, ed è molto pratica. Nel suo ricordo, nel 1974 circa il 5% dei lettori era canadese e un supereroe canadese era un’idea in ritardo,  l’animale giusto era il ghiottone, che in inglese si chiama appunto wolverine. Hulk, poi, era un personaggio che Wein faceva girare senza sosta, anche fuori dagli Stati Uniti, quindi il Canada era a portata di mano. I paletti dati a Wein erano pochi: canadese, basso, di pessimo carattere,  pensato per entrare in scena come cattivo.

Wein ci mise il resto. Aveva fama di saper rendere accenti e inflessioni e partì dalle caratteristiche dell’animale per costruire taglia, temperamento, stile di combattimento e artigli, mentre il costume lo disegnò John Romita Sr. Su chi vada chiamato creatore le versioni non coincidono. Thomas ha rivendicato di recente un posto tra i co-creatori, Trimpe negò sempre di aver avuto un ruolo nell’ideazione e chi ha riletto il caso sotto il profilo del diritto d’autore riconosce a Thomas l’idea e agli altri il lavoro di darle forma.

Un classico del fumetto anni Settanta: pochi appunti, molta memoria, e memorie che non combaciano.

I l Dipartimento H, ovvero il Wolverine che non c’era ancora

Rileggere oggi quei due numeri è un esercizio di sottrazione. Hulk finisce in Québec, si trova davanti il Wendigo e il governo canadese manda in campo la sua contromisura: un agente militare noto come Weapon X. Il nome che negli anni Novanta diventerà il cuore del mito di Wolverine esiste già nel 1974, ma indica una cosa molto più semplice: l’arma di uno Stato. Un alto ufficiale spiega che il governo ha investito parecchio per trasformare velocità, forza e ferocia naturali di quel mutante in un guerriero professionista, nonostante qualche difetto residuo nella sua psicologia. Dopo lo scontro con Hulk il governo canadese lo richiama già nelle prime pagine del #182, e il Dipartimento H lo rimette a nuovo sperando di farne un supereroe canadese.

Anche l’aspetto era un altro progetto. Wein lo pensava giovane, con una forza e un’agilità da Spider-Man, e immaginava artigli retrattili ma alloggiati nei guanti. Gli ingredienti di base c’erano già (artigli di adamantio, statura ridotta, accenni al programma Weapon X), ma Wolverine non spiccava ancora tra le decine di personaggi nati in quegli anni. Era un buon antagonista di passaggio. A trasformarlo in altro serviva qualcuno che decidesse di tenerselo.

Da avversario di Hulk a problema degli X-Men

Quel qualcuno è, in prima battuta, ancora Wein. Aveva saputo che Marvel pensava di riportare in edicola gli X-Men e oltre a fare di Wolverine un agente canadese, lo definì un mutante. Il risultato è Giant-Size X-Men #1, con data di copertina maggio 1975, scritto da Wein e disegnato da Dave Cockrum. Dopo cinque anni senza nuove storie degli X-Men, il numero ripesca tre mutanti già esistenti ma poco noti (Sunfire, Wolverine, Banshee) e ne aggiunge quattro nuovi: Storm, Nightcrawler, Colossus, Thunderbird. Il compito è salvare la vecchia squadra, prigioniera di Krakoa. Per Wolverine è la seconda apparizione importante dopo Hulk .

Perché in quel gruppo funziona? Una squadra internazionale, costruita sulle differenze, ha bisogno di qualcuno che non voglia davvero starci: l’insofferente, quello che se potesse se ne andrebbe subito.  L’istinto contro la disciplina, un animale in mezzo a gente che parla di ideali: è il conflitto che ne farà un personaggio da squadra

Il lavoro vero comincia con Chris Claremont, che dopo Wein prende in mano la scrittura degli X-Men nel 1975. E il primo gesto importante riguarda proprio ciò che Wolverine ha di più riconoscibile. In X-Men #98, aprile 1976, lo vediamo senza maschera per la prima volta e scopriamo che gli artigli fanno parte del suo corpo, non del costume. Claremont avrebbe spiegato la scelta con un ragionamento da sceneggiatore: se gli artigli stanno nei guanti, chiunque può prendere il posto di Wolverine. Anche il volto scoperto dice qualcosa: Wein, secondo il ricordo di Claremont, lo immaginava diciannovenne, mentre la faccia che compare sotto la maschera racconta un’altra storia.

Nello stesso numero, un tecnico si chiede se Wolverine sia davvero umano. Cockrum ha raccontato che quella battuta preparava un’altra idea, Wolverine come vero ghiottone trasformato in uomo, ma che Stan Lee la bocciò. Il mistero, quindi, non nasce da un piano: nasce da porte aperte e richiuse, a volte anche per decisione di redazione.

Non fu nemmeno scontato che restasse a lungo nel team. Claremont e Cockrum, che preferiva Nightcrawler, valutarono di lasciarlo andare. Fu John Byrne, subentrato a Cockrum, a difenderlo: da canadese non voleva vedere sparire un personaggio canadese. Un’idea nata per conquistare i lettori canadesi sopravvisse grazie a un autore canadese. Roy Thomas non avrebbe potuto progettarla meglio.

Claremont, Miller e un Giappone che cambia tutto

Il passaggio che si cita per primo è anche quello che lo merita di più. La miniserie Wolverine, quattro numeri tra settembre e dicembre 1982, scritta da Claremont e disegnata da Frank Miller con le chine di Joe Rubinstein, fu la seconda miniserie della storia Marvel, una formula che all’epoca era ancora una novità, rappresentava anche il primo titolo con Wolverine unico protagonista.
Miller veniva dalla svolta cupa e noir impressa a Daredevil, Claremont era uno degli scrittori più importanti della casa: due nomi di peso su un personaggio che fino ad allora viveva dentro la squadra.

La trama è lineare. Logan non riesce più a contattare Mariko Yashida, apparsa per la prima volta in X-Men #118 del febbraio 1979, per questo vola in Giappone, dove scopre che il padre di lei, Lord Shingen, la costringe a un matrimonio combinato per ottenere più potere per il clan. Conta meno quello che succede del modo in cui la storia tratta Wolverine. Shingen lo batte in duello e lo umilia, rifiutandosi di usare una spada d’acciaio contro uno che considera indegno; alla fine è Mariko a consegnargli la spada, accettandolo per quello che è, comprese le parti più feroci.

Cosa cambia concretamente? Prima del 1982 Wolverine è la testa calda della squadra, quello che picchia più forte. Dopo, la sua violenza diventa un problema da affrontare, l’avversario vero è lui. Il conflitto è tra la natura animalesca e un desiderio di onore da samurai; il Giappone non fa da cartolina: serve a metterlo davanti a un codice che non possiede e a mostrare quanto gli interessi averne uno. Qui compare per la prima volta anche la frase con cui si presenta: “I’m the best there is at what I do, but what I do best isn’t very nice“. È un biglietto da visita, ma soprattutto un’ammissione. Ed è la cosa che la gente ricorda.

Weapon X e il prezzo di sapere

Nel 1988 Wolverine ha la sua serie personale: Wolverine #1, novembre 1988, scritto da Claremont con i disegni di John Buscema. Su Marvel Comics Presents la sua presenza è ancora più massiccia: da #38 a #142 ogni numero dell’antologia contiene una storia con lui, per una disposizione della direzione vendite, che aveva notato come gli albi con Wolverine vendessero di più. Teniamo a mente questo dettaglio, perché è il rovescio della medaglia.

Dentro quell’antologia nasce la cosa migliore capitata al passato di Wolverine. Weapon X, scritta e disegnata da Barry Windsor-Smith, esce a puntate in Marvel Comics Presents #72-84 nel 1991.

Nasce quasi per caso: l’editor Terry Kavanagh gli aveva proposto di illustrare un copione di otto pagine; lui rifiutò, ma il formato a capitoli brevi gli diede un’idea. Non un’origine completa ma un racconto parziale: gli esperimenti non consensuali da cui escono lo scheletro di adamantio e l’amnesia sulla propria identità, insieme al lavaggio del cervello che ne fa un assassino, fino alla fuga in cui uccide Dale Rice e decine di altri membri del progetto. Il nome, lo abbiamo visto, era già nel 1974; solo dopo Grant Morrison, in New X-Men nel 2002, stabilirà che Weapon X era il decimo di una serie di progetti, i Weapon Plus, con la X da leggere come numero romano.

Perché funziona? Perché mette il lettore e Logan sullo stesso piano. Lui non ricorda, noi non sapevamo: ogni frammento di passato che arriva a noi è qualcosa che anche il personaggio sta scoprendo e lo scopriamo con lui. Un velo che si solleva su un passato rimasto, a parte qualche indizio, una lavagna bianca.

Il guaio è la mano che continua a scrivere sulla lavagna. Gli artigli lo spiegano meglio di qualsiasi riassunto: nel 1974 stanno nei guanti, dal 1976 sono parte del corpo, con Weapon X vengono aggiunti, descritti come puro adamantio, e infine nel 1993, in Fatal Attractions, Magneto strappa il metallo dallo scheletro e salta fuori che le lame erano d’osso fin dall’inizio. Un oggetto di scena diventato mutazione, poi esperimento, poi di nuovo mutazione: chi ha tenuto il conto ha il diritto di aver perso il filo.

Poi arriva Origin. Sei numeri tra novembre 2001 e luglio 2002, firmati da Bill Jemas, Joe Quesada e Paul Jenkins, con Andy Kubert e Richard Isanove ai disegni, che mostrano il bambino James Howlett nel Canada dell’Ottocento. Secondo una ricostruzione basata su interviste dell’epoca, il progetto nacque poco dopo il successo del primo film degli X-Men, quando Jemas sfidò la redazione a raccontare la storia che nessuno aveva mai osato raccontare. Si può discutere se Origin sia riuscita; è meno discutibile cosa faccia al personaggio: risponde in sei numeri a una domanda che per venticinque anni era stata il suo motore, e ogni rivelazione successiva ha dovuto poggiare su un mistero già consumato.

A questo si somma l’altro lato, quello di prima. Un personaggio che compare in ogni numero di un’antologia perché fa vendere smette presto di essere un’eccezione. Con gli anni Wolverine è finito in squadre come Avengers, X-Force e Alpha Flight, oltre che negli X-Men. Un personaggio nato per irrompere all’ultima vignetta rischia, quando è in ogni vignetta, di perdere l’effetto sorpresa.

Dai fumetti a Hugh Jackman, e ritorno

Il resto si gioca fuori dalla carta, e conviene dirlo senza fare di Hugh Jackman il protagonista unico. Wolverine arriva al grande pubblico per gradini. Il pilota animato Pryde of the X-Men del 1989, con un Wolverine dall’accento australiano, fu un fallimento. La serie che funzionò partì il 31 ottobre 1992 su Fox Kids e andò avanti fino al settembre 1997: 76 episodi, con Cal Dodd a prestare la voce a Wolverine, un ruolo che Dodd ha ripreso in X-Men ’97 nel 2024. Nel frattempo Konami porta in sala giochi un picchiaduro a scorrimento degli X-Men fino a sei giocatori e Wolverine entra nei videogiochi: da Wolverine (1991) a X2: Wolverine’s Revenge (2003) e X-Men Origins: Wolverine (2009). L’ultimo arrivato è Marvel’s Wolverine di Insomniac, uscito su PS5 il 15 settembre 2026, a diciassette anni dall’ultimo gioco tutto suo.

Poi, nel 2000, il cinema. Il ruolo era stato assegnato a Dougray Scott, che dovette rinunciare per gli impegni di Mission: Impossible II; secondo le ricostruzioni più diffuse arrivò Jackman, su suggerimento di Russell Crowe. Era un attore relativamente sconosciuto, con teatro e televisione australiana alle spalle, e il Wolverine del film è già quello dell’era Claremont: un outsider diviso tra aiutare gli altri e scoprire chi è. Attribuire a Jackman da solo la trasformazione del personaggio sarebbe un errore di prospettiva: il solitario, l’amnesia, il conflitto tra istinto e controllo erano stati messi a punto in venticinque anni di fumetti. Il cinema li ha amplificati e consolidati davanti a un pubblico che non aveva mai aperto un albo. E la strada, a quanto pare, è a doppio senso: Origin nasce mentre il film dimostrava quanto Wolverine funzionasse sul grande schermo.

Seguono X-Men Origins: Wolverine nel 2009, con 373 milioni incassati nel mondo, e The Wolverine nel 2013, ambientato in Giappone e costruito su personaggi della miniserie del 1982. Logan (2017) incassa 619,2 milioni e chiude, almeno nelle intenzioni, il ciclo di un attore che ha interpretato il personaggio in nove film nell’arco di diciassette anni. Nel 2024 Deadpool & Wolverine supera 1,3 miliardi di dollari ed è il primo film dell’universo Marvel Studios vietato ai minori. Per molti, oggi, Wolverine ha la faccia di Jackman o la voce di Dodd, e il fumetto viene dopo, se viene.

A 52 anni il vero nemico di Wolverine non è più Sabretooth o Magneto, ma la sovraesposizione. Marvel gli ha tolto quell’ombra a pezzi, quasi sempre con buone ragioni e a volte con ottimi risultati, trasformando un guscio vuoto in un’icona pop inossidabile. Il rischio di oggi è che, a furia di accendere luci sul suo passato, non resti più spazio per l’istinto puro. Eppure, finché ci sarà bisogno di un eroe riluttante pronto a sporcarsi le mani per un ideale, ci sarà sempre posto per lui

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