Uno degli aspetti che abbiamo apprezzato maggiormente de Il Samurai d’Acciaio è il modo in cui la storia utilizza la vicenda di Onoda per riportare l’attenzione su una parte della Seconda Guerra Mondiale che noi occidentali tendiamo a conoscere meno.
Quando si parla del conflitto nel Pacifico, infatti, la nostra memoria storica finisce spesso per concentrarsi su alcuni eventi fondamentali come Pearl Harbor e le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Ma la guerra in Asia fu molto più ampia, complessa e devastante.
La narrazione costruita dal team di Amianto Comics attorno a Onoda e alla sua squadra diventa quindi anche un modo per aprire una finestra su un fronte del conflitto che merita maggiore attenzione.
Naturalmente c’è anche il Kurogane, il gigantesco robot da guerra che porta inevitabilmente con sé un certo immaginario da robottoni alla Go Nagai.
Il vero cuore della storia rimane Onoda. È un soldato pronto a tutto per la propria patria, un uomo la cui mente viene progressivamente consumata dagli anni di isolamento e dalla necessità di continuare a credere nella propria missione, anche quando tutto gli indica il contrario.
La sua psiche lo porta sempre più verso la follia, fino a rendere difficile distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è. Ed è proprio questa dimensione psicologica a rendere interessante l’operazione degli autori.
Il Samurai d’Acciaio funziona perché parte da una storia realmente accaduta e la porta verso territori completamente fantastici. Paranoia, giungla, memoria e acciaio si intrecciano dando un nuovo significato a una vicenda già di per sé incredibile.
Due stili per raccontare due realtà
Dal punto di vista grafico, Federico Galeotti e Matteo Polloni portano nel fumetto due stili molto diversi.
Il loro mix diventa così parte integrante della narrazione e rappresenta visivamente il distacco tra i diversi mondi vissuti dal protagonista. L’alternanza tra i due approcci funziona nella maggior parte dei casi molto bene, rafforzando quella sensazione di instabilità che accompagna la storia.
In alcuni passaggi, però, ho avuto la sensazione di essermi perso qualcosa proprio durante questi cambi di stile, soprattutto sul piano della chiarezza narrativa. È un piccolo sacrificio all’altare della sperimentazione grafica che, personalmente, ho comunque accettato volentieri.
Il Samurai d’Acciaio è una lettura intrigante, capace di prendere una vicenda storica già fuori dall’ordinario e trasformarla in un’ucronia fatta di guerra, follia, memoria e robottoni.
È proprio il rapporto tra realtà e finzione a rappresentare uno degli elementi più interessanti del fumetto: da una parte la storia di Hiroo Onoda, dall’altra il Kurogane e un universo narrativo che porta quella vicenda verso una direzione completamente nuova.
Se questa recensione vi ha anche solo un pochino incuriosito, lasciatevi trascinare: recuperate Il Samurai d’Acciaio.

















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